Il “Ponte del Formone” era posto “per metà” nella Comunità di Abbadia San Salvatore e “per metà” in quella di Radicofani. Il fiume infatti fungeva da termine di confine tra i due territori. Esso era formato da due “cosce”, tre piloni “a scquarcia acque” e quattro ale, così come mostra la pianta eseguita dal Razzi in accordo con l’architetto Leonardo Vegni, perito rappresentante le sopraindicate Comunità. I due periti interpellati nell’occasione della ristrutturazione della fabbrica notarono alcune piccole corrosioni nei muri, nelle “ali” e nelle “pile”, ed altri piccoli lavoretti da eseguire qua e là. I periti stabilirono che le parti solide del ponte (cosce, piloni, ali, ecc.) una volta ritoccate avrebbero resistito per secoli mentre, al contrario la travatura, se non si fosse reperito legno di quercia o farnia, molto raro in quelle zone, non avrebbe retto per più di cinquanta anni. Esaminata quindi la struttura i due architetti si convinsero sull’opportunità di una sua totale rifondazione. Al termine della costruzione, una annuale tangente avrebbe garantito la manutenzione del ponte che “ridotto a decoroso aspetto presterebbe il sicuro servizio per ogni sorte di carriaggi nella Regia Romana”, Cfr. Quattro Conservatori 2088, ins. III: [Relazione sul Ponte del Formone], Florenzio Razzi, 1784, giugno 1.