Giovanni Inghirami nacque a Volterra il 26 aprile 1779 da Niccolò, appartenente ad una famiglia di antica aristocrazia provinciale, e da Lidia Venuti, nobile cortonese, e morì a Firenze il 15 agosto 1851.
Frequentò le scuole degli scolopi di Volterra e di Firenze (Collegio di San Giovannino con annesso Osservatorio Ximeniano), dove nel 1795 indossò l’abito talare.
Sotto la guida degli scienziati Stanislao Canovai e Gaetano Del Ricco – successori di Leonardo Ximenes nelle cattedre di astronomia e idraulica – manifestò una straordinaria attitudine per le scienze matematiche e astronomiche, tanto che dopo una prima fase di docenza nel Collegio di Volterra (1800-06) fu richiamato dai due scolopi a Firenze per insegnare in questo frequentatissimo e importante Collegio, e per farne il loro successore nelle cattedre di matematiche superiori e di astronomia. Nel 1807, Inghirami venne appositamente inviato nell’Osservatorio di Brera a formarsi presso gli scienziati Oriani e De Cesaris, dei quali fu allievo prediletto insieme ai coetanei Carlini e Santini.
Tornato a Firenze, già nel 1811, alla morte di Canovai, ottenne la cattedra di matematiche superiori e, grazie soprattutto al suo impegno nei riguardi delle amministrazioni statale e comunale cittadina, in pochi anni il piccolo politecnico Ximeniano poté essere potenziato e rinnovato nella sua ormai vetusta strumentazione sia astronomica e sia topografica (fatta di macchine parallattiche o equatoriali, cronometri, cannocchiali, circoli ripetitori fissi e portatili o teodoliti, ecc.), e fin dal 1814 il giovane volterrano ne assunse di fatto la guida, anche se vi sarà nominato direttore solo nel 1818 in seguito alla morte di Del Ricco.
Dal 1808 ha inizio l’attività scientifica del Nostro, con la pubblicazione in riviste specialistiche (tra cui la prestigiosa “Corrispondance Astronomique, Géographique, Hydrographique et Statistique du Baron de Zach”) delle osservazioni astronomiche dal medesimo fatte. Fu proprio l’ungherese Francesco Saverio De Zach, direttore dell’osservatorio di Gotha, che nel 1808 aveva soggiornato a Firenze collaborando con lo Ximeniano e misurando una piccola base geodetica sui lungarni cittadini sotto gli occhi attenti del giovane volterrano, a indirizzare Inghirami (che da allora ebbe a consigliere e maestro lo scienziato d’Oltralpe fino alla di lui morte nel 1832) verso la geodesia.
Una prima occasione pratica si presentò con l’avvio del catasto geometrico da parte del governo francese (tra il 1807 e il 1808 la Toscana era stata annessa all’Impero). A partire dal 1811, l’ingegnere catastale Luigi Campani, pur esso volterrano, chiese infatti al concittadino Inghirami di collaborare alla triangolazione primaria da farsi in uno dei tre Dipartimenti in cui era stato suddiviso il territorio toscano, quello del Mediterraneo; e Inghirami non mancò di garantire, con alcuni giovanissimi allievi, il suo contributo tecnico.
Con la Restaurazione lorenese, i lavori di catastazione furono inizialmente abbandonati, ciò nonostante Inghirami – con i collaboratori e gli allievi Cosimo Del Nacca, Giuseppe Pedralli, Ferdinando Tartini Salvatici ed altri ancora – decise di proseguire, d’intesa col governo che tra il 30 aprile e il 6 maggio 1816 fornì le indispensabili patenti per potersi liberamente introdurre “in tutte le Fortificazioni, Contramine, Casematte, ed altri luoghi” anche di valenza militare, le operazioni preparatorie, preferendo il metodo geodetico a quello astronomico per la determinazione delle posizioni geografiche di latitudine e longitudine; di conseguenza, sviluppò le operazioni di triangolazione intorno a Firenze per estendere la piccola base del De Zach con suo collegamento a Prato e Pistoia (cfr. la memoria Della longitudine e latitudine delle città di Pistoia e Prato, 1816).
In altri termini, la scelta di Inghirami – che ruppe con la tradizione geodetico-astronomica settecentesca che (con scienziati come padre Beccaria in Piemonte, gli astronomi di Brera in Lombardia, i padri Boscovich e Maire nello Stato Pontificio, ecc.) aveva portato alla costruzione di tanta moderna cartografia geometrica – fu particolarmente innovativa e il granduca Ferdinando III e il suo governo ne colsero lucidamente le funzioni applicative, finanziando coerentemente le operazioni inghiramiane, anche con il procurare nuove strumentazioni: le osservazioni proseguirono nel 1816-17 per determinare le posizioni di altre città toscane (cfr. la memoria Della longitudine e latitudine geografica delle città di Volterra, S. Miniato e Fiesole, 1817) e per collegarsi alla triangolazione francese che, dalla Corsica, si era attestata alle isole toscane e – nel continente – a Populonia. Ben presto Inghirami si accorse che la base dell’ultimo triangolo misurato da Puissant e Moynet (Portoferraio-Populonia) dava valori sensibilmente diversi rispetto ai suoi calcoli, per cui decise di tralasciare il collegamento con la rete francese e di ricercare nuove vie, a partire dal collegamento trigonometrico tra Siena e Firenze, dalla quale operazione scaturirono valori di longitudine e latitudine assai diversi da quelli determinati astronomicamente. Questo fatto valse a convincere definitivamente il nostro scienziato – che pure continuò con costanza le osservazioni astronomiche nella specola ximeniana (come le solstiziali nel 1815-18 e le effemeridi planetarie nel 1819-20) anche per ricavarne “rigorose posizioni” geografiche – della bontà del metodo geodetico e dell’esigenza di misurare una nuova e grande base trigonometrica: ciò che avvenne – con l’aiuto non solo dei suoi soliti collaboratori e allievi ma anche del matematico livornese della marina granducale Giuseppe Doveri – nell’autunno del 1817 tra San Piero a Grado e Stagno nella pianura pisana (cfr. Di una base trigonometrica misurata in Toscana, 1818).
Questa base pisana fu trovata in perfetta sintonia con la base fiorentina, e non a caso dal successo dell’operazione scaturì la decisione del granduca Ferdinando III di avviare la catastazione geometrica nel Granducato.
Con motuproprio 24 novembre 1817, infatti, il sovrano nominava la Deputazione che doveva soprintendere alla formazione del catasto e tra i sette membri era compreso Inghirami, al quale devesi la messa a punto del progetto che si discostava da quello del catasto napoleonico per la previsione di una triangolazione generale o primaria della Toscana, da effettuare da parte dello stesso scienziato e dai suoi collaboratori e allievi, in raccordo con i lavori che da tempo si svolgevano nell’Italia padana dagli astronomi di Brera: grazie alla rete progettata da Inghirami, in ciascun territorio comunitativo dovevano cadere almeno due o tre punti trigonometrici, la cui distanza relativa potesse servire alla triangolazione secondaria che, in ciascun Comune, avrebbero dovuto eseguire, insieme con la definizione dei confini amministrativi, alcuni operatori preparati e dotati di strumenti idonei (teodoliti di alta precisione), come gli ingegneri ispettori, al fine di incardinare in modo esatto i lavori metrici e topografici da far eseguire ai geometri con moderne tavolette pretoriane, e di consentire finalmente la formazione, per ogni Comune, della carta o quadro d’insieme mediante la riunione di tutte le mappe particolari.
“Col sistema medesimo – scrive Inghirami – queste carte comunali riunite mediante la mia triangolazione primaria e tradotte in una proporzione comune” sarebbero servite a far “nascere la Carta Generale di tutto lo Stato”.
Così, nel 1819 poté prendere il via la vicenda catastale – con la numerosa e fluttuante congrega delle tre categorie di operatori (geodeti, ingegneri e geometri) intenti ai lunghi e difficoltosi lavori trigonometrici e topografici su terreni anche inospitali o malarici, non di rado sottoposti all’ostilità aperta di proprietari e abitanti locali – che si sarebbe conclusa, almeno riguardo alle mappe particolari, ai quadri d’unione comunali e alle descrizioni d’impianto (verifiche e correzioni comprese), solo alla fine del 1826.
Di tutta l’operazione dà conto l’ampia e organica Relazione di Giovanni Inghirami e Lapo De’ Ricci sull’attivazione del catasto in Toscana scritta al granduca e alla deputazione all’inizio degli anni ‘30 (conservata manoscritta nella Biblioteca dell’OXF, Q.6.3, e nell’ASF, Segreteria di Gabinetto Appendice, f. 244), dalla quale si ricava che – con i tre ingegneri ispettori Belli, Campani e Guasti – collaborarono alle operazioni catastali ben 216 tecnici fra ingegneri e geometri di prima classe e geometri di seconda classe, oltre a 78 periti di stima e ad altri disegnatori a tavolino.
Via via che i lavori venivano completati, i quadri d’unione comunali definitivi affluivano all’Osservatorio Ximeniano e – previo aggiornamento e integrazione dei contenuti relativi specialmente alle diverse tipologie stradali con i ponti e i traghetti (per la raccolta dei quali contenuti nel corso del 1826-28 il governo impegnò in modo capillare il nuovo Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade, con i suoi tanti ingegneri di circondario) – servivano al disegno della Carta Geometrica della Toscana: opera che si avvalse pure dei materiali cartografici esistenti e di quelli non solo grafici forniti per via amministrativa dagli “Uffizi Topografici” di Milano (“presso cui esistono le matrici delle operazioni metriche eseguite sotto il cessato Governo Italico nei Dipartimenti confinanti col Granducato”), di Modena, di Parma e di Lucca, oltre che dalla Marina britannica nella persona del capitano Thomas Edward Smith.
Nell’Osservatorio, i materiali erano normalizzati e intessuti da tre giovani allievi di Inghirami, i fiorentini Giovacchino Callai e Pellegrino Papini e l’imolese Ferdinando Mingazzini, con il coordinamento dello stesso Callai.
Riguardo all’incisione della carta, in considerazione dell’assenza di “bravi artisti” in Toscana, fin dal 1824-25, su consiglio dell’amico astronomo milanese Carlini, Inghirami operò per convincere il governo lorenese dell’opportunità di affidare l’incarico a Stanislao Stucchi dell’Istituto Geografico Militare di Milano diretto dal colonnello Antonio Campana, considerato “realmente uno dei migliori fra gli stipendiati dall’Ill.mo Istituto”: con l’approvazione del governo austriaco, il contratto di incisione venne stipulato il 3 ottobre 1827 e prevedeva che i rami fossero consegnati per la stampa entro due anni in cambio del compenso di 28.800 lire toscane.
Stucchi coinvolse nell’operazione l’incisore luganese Giocondo Regazzoni. Il lavoro richiese molto più tempo del previsto sia per le correzioni di contenuti topografici e financo di coordinate che via via si ritenne di apportare fino a cavallo fra 1829 e 1830 e ancora nell’estate e a fine 1830 e persino nel gennaio 1831, e sia per la decisione di completare la rappresentazione con il disegno orografico: nel settembre 1828 venne dato specifico incarico a Gaetano Spinetti, “sottocapo nell’Ufficio Topografico del Catasto Pontificio”, “di disegnare l’ombreggiatura”, incarico che il tecnico romano (trasferitosi a Firenze nello Ximeniano) poté completare solo il 5 dicembre 1829, consegnando in quella data a Stucchi il “disegno dei monti”; disegno che richiese comunque varie correzioni ancora nell’estate 1830.
Alla fine del 1829 i rami a semplice contorno erano comunque pronti e furono utilizzati per la stampa di 171 copie (avvenuta a Milano, nell’ambito dello stesso Istituto Geografico, nel gennaio 1830), su esplicita richiesta del granduca che intendeva evidentemente utilizzarle per le più diverse finalità amministrative.
Riguardo allo stampatore, dopo la supplica avanzata il 15 novembre 1830 dal calcografo fiorentino Luigi Bardi, il granduca rinunciò all’idea iniziale di concludere l’operazione a Milano e il 9 dicembre di quello stesso anno approvò “che venga affidata al Bardi la tiratura della nuova Carta”, col compenso di 10 paoli per ogni esemplare. Finalmente, il 6 febbraio 1831, Stucchi – dopo il non accoglimento della sua richiesta di provvedere a cambiare il millesimo sui rami col “mettervi 1831” anziché 1830 (inizialmente era stato inciso addirittura 1829…) – fu in grado di consegnare le lastre a Bardi; e finalmente, nel mese di marzo 1831, l’editore poté procedere alla stampa in 2000 copie del prodotto, da commercializzare al prezzo di 8 francesconi per esemplare ad opera dello stesso governo granducale.
La Carta Geometrica della Toscana ricavata dal vero nella proporzione di 1:200.000 e dedicata a S.A.I. e R. Leopoldo II, nel 1831, evidenzia in quattro fogli, con disegno raffinato, i reticoli insediativo (con distinzione dei livelli fra città anche sedi di arcivescovato e vescovato, capoluoghi comunali, castelli, borgate e villaggi con o senza chiesa parrocchiale, ville e case isolate, torri, poste, alberghi, dogane, sedi dirute), stradale (con distinzione fra le vie regie, provinciali e comunitative fossero o meno rotabili, con tanto di ponti e traghetti) e idrografico (con distinzione fra i fiumi e gli altri corsi d’acqua minori e i canali ed argini artificiali e gli acquedotti). L’orografia è rappresentata con finissimo tratteggio a luce obliqua a 45°. Lungo il campo disegnato sono presenti ben 26 piante delle altrettante città toscane in scala 1:35.000.
Dalla “Grande Carta” derivarono tante altre rappresentazioni a stampa degli anni ’30 e ‘40, come quelle edite da Girolamo Segato, Gaspero Manetti, Attilio Zuccagni Orlandini, Felice Francolini, Eusebio Giorgi, Antonio Salvagnoli Marchetti, ecc.
All’Inghirami non andò alcun compenso direttamente legato alla commercializzazione della sua faticata creatura, salvo la pensione a vita di 1400 lire all’anno rilasciata a suo favore dal granduca nell’agosto 1830, come testimonianza “della Sovrana sua soddisfazione per li utili e zelanti servizi che Ella ha resi allo Stato anche nella circostanza di compilare la Carta Geometrica Toscana”.
Tra i meriti dell’Inghirami devono essere ascritti pure: il contributo offerto all’organizzazione e all’attività della Società Toscana di Geografia, Statistica e Storia Naturale Patria creata a Firenze nel 1825-26 (e operante fino al 1832-33) per stimolo del grande promotore di cultura Giovan Pietro Vieusseux; l’innovativa livellazione trigonometrica (vale a dire il calcolo di ben 416 quote altimetriche mediante la considerazione degli angoli zenitali) che egli sperimentò durante le operazioni catastali in Toscana, che dopo iniziali incertezze fu infine deciso non prevedessero l’inserimento dei contenuti orografici nelle mappe perché – come dovette riconoscere uno dei principali collaboratori dello stesso scienziato, l’ingegnere Luigi Campani – “i geometri non sono capaci a disegnare i monti, e per questo si astengono piuttosto dall’adoperare il pennello”; l’importante contributo teorico prestato alla costruzione del catasto geometrico lucchese (avviato il 17 novembre 1829 e realizzato tra il 1830 e il 1842) con la direzione del matematico e geodeta padre Michele Bertini; e la collaborazione sempre teorica alla costruzione della carta geometrica dell’Italia centrale in scala 1:86.400 (edita nel 1851) da parte dell’Istituto Geografico Militare austriaco con la direzione di Giovanni Marieni.
Per quanto riguarda il contributo offerto da Inghirami al progresso della geografia toscana, basti riportare quanto scritto da Emanuele Repetti a proposito della realizzazione del Dizionario: “Per la posizione geografica dei paesi fu guida costante al mio lavoro la Gran Carta Geometrica della Toscana, opera insigne del chiar. Pad. Gio. Inghirami, mentre per quello che spetta alla distribuzione idrografica ho adottato nella massima parte la divisione per Valli recentemente coordinata e pubblicata dal valente sig. Dott. Attilio Zuccagni Orlandini nel suo Atlante Toscano. Potranno servire di corredo alla presente Opera la Carta Iconografica del sig. Gaspero Manetti, e l’altra Geometrica delle strade e corsi d’acqua principali, in cui si troveranno designate le distanze e stazioni postali, redatte entrambe sulla proporzione di 1 a 510.000, per le cure dello stesso sig. Manetti. Le quali due mappe eseguite con somma diligenza e maestria costituiscono oggi il corredo completo dei lavori Geometro-corografici del Granducato: poiché, se una ha il vantaggio di far conoscere la figura ed estensione territoriale di ogni Comunità, l’altra offre l’utilità della identica denominazione delle Vie regie e provinciali descritte lungo il corso delle medesime coi nomi determinati dai Regolamenti veglianti” (Repetti, 1833, Avvertimento, p. XII).
Insomma, tutte le rappresentazioni di cui servì Repetti sono riconducibili direttamente o indirettamente all’Inghirami.
Astronomo, geodeta e cartografo valentissimo infaticabile (come fu definito dai contemporanei), fu premiato con diplomi d’onore da una ventina di accademie e società scientifiche italiane e straniere, di cui in gran parte fece parte, avendo sempre cura di praticare con umiltà e costanza il necessario aggiornamento professionale, come dimostrano le sue per così dire giornaliere corrispondenze con i maggiori colleghi italiani e stranieri, a partire dagli astronomi di Brera e di Parigi e dal De Zach.
Scrisse Giovanni Boaga nel 1951 che “egli ben si merita un posto d’onore nella geodesia operativa per le osservazioni compiute nel campo della triangolazione, in quello della livellazione, in quello delle osservazioni della geodesia astronomica ed infine per le deduzioni – sempre grandiose – ricavate dalle stesse osservazioni. Fu ottimo operatore ed ottimo calcolatore”, come dimostra la triangolazione del Granducato che egli seppe progettare, osservare e calcolare in funzione delle politiche statali, cioè per la realizzazione del catasto particellare e della stessa prima carta geometrica della Toscana.
In effetti, Inghirami con l’intera sua opera dimostrò un’autentica vocazione alla funzione pubblica che svolse con puntiglio, dedizione e disinteresse nella veste di poliedrico scienziato territorialista secondo la migliore tradizione toscana che affondava le radici in Galileo Galilei e nella sua scuola sperimentale.
Inghirami riuscì anche a creare – con l’esempio appassionato del suo lavoro di docente e di scienziato nel collegio scolopico fiorentino dell’Osservatorio Ximeniano – una vera e propria scuola di astronomi-geodeti-cartografi e di ingegneri, come riconobbe nel 1823 De Zach: “con la scuola da voi formata a Firenze, quale non c’è in tutta Europa, voi avete sì ben meritato della scienza astronomica, che nulla parrebbe potervisi aggiungere; e pure il numero dei vostri valenti alunni cresce sempre”.
E costoro – ad esempio Pellegrino Papini (ingegnere di Pescia) ed Eugenio Baldini (ASF, Soprintendenza alla Conservazione del Catasto poi Direzione Generale delle Acque e Strade, ff. 1-2) – non mancarono di vantare la loro appartenenza alla scuola quando cercarono e ottennero impieghi pubblici di prestigio come quelli nel Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade.
Nonostante il progressivo aggravamento delle condizioni di salute (tra il 1834 e il 1836 divenne quasi cieco), il governo lorenese non si dimenticò di Inghirami. Tra i vari incarichi consoni alle competenze di scienziato territorialista va ascritto l’inserimento, nel 1838, nel “Comitato che doveva decidere sulla più conveniente direzione da darsi alla prima strada ferrata del Granducato”, la Leopolda tra Firenze e Livorno. Tra l’altro, a questo Comitato nel maggio di quello stesso anno venne richiesto “di eseguire una Carta topografica e indicativa della popolazione di un raggio da qui [Firenze] a Livorno, marcando le linee che potrebbero tracciarvisi per l’occasione della progettata strada di ferro, indicando di ciascuna i vantaggi e gli inconvenienti sotto i rapporti della popolazione, lunghezza e difficoltà di terreno, e concludendo quale di esse sia da preferirsi”: allo stato attuale delle ricerche non è stato possibile individuare tale importante rappresentazione tematica che con ogni probabilità fu costruita con il contributo determinante di Inghirami.
Tra le pubblicazioni per uso didattico non possono poi essere trascurati gli Elementi di geografia del 1832, opera in due volumi che presenta il corredo di un Atlante stampato nel 1833 di 28 tavole geometriche di geografia fisica e politica, tutte di agevole lettura (portate a 30 nell’edizione del 1837 scritta con la collaborazione dei confratelli Paolo Sforzini e Gaetano Angeloni e dell’allievo Celestino Bianchi, con l’inserimento di carte storiche), incise a Milano da Stanislao Stucchi e stampate a Firenze dall’editore Luigi Bardi, vale a dire gli stessi attori della Carta Geometrica della Toscana (Rombai, 1989, pp. 8 ss.).
Produzione cartografica
La Carta Geometrica della Toscana ricavata dal vero nella proporzione di 1:200.000 e dedicata a S.A.I. e R. Leopoldo II, Firenze, 1831, incisione di Stanislao Stucchi e Giocondo Regazzoni, stampa di Luigi Bardi.
Opere manoscritte: Carta della Toscana con i triangoli fondamentali e quelli di appoggio e di dettaglio, 1825 circa;
Carta topografica a semplice contorno e priva di nomi dell’Isola d’Elba, 1825 circa;
Carta topografica del Casentino, 1825 circa;
Reti trigonometriche e disegni di triangolazione (con calcoli di valori di posizione e distanze) per ciascuna comunità del Granducato, con disegni di stazioni effettuate da varie località (in AOX, Carte Giovanni Inghirami: Carta della Toscana, vari volumi e buste: cfr. Barsanti, a cura di, 1992, pp. 9-16).
Produzione scientifica
Della longitudine e latitudine delle città di Pistoia e Prato, Pistoia, Bracali, 1816;
Della longitudine e latitudine geografica delle città di Volterra, S. Miniato e Fiesole, Firenze, Calasanziana, 1817;
Di una base trigonometrica misurata in Toscana, Firenze, Calasanziana, 1818;
Saggio di una livellazione geometrica della Toscana, “Antologia”, V (1822), pp. 452-484;
Discorso intorno alla geografia della Toscana, e illustrazione della carta geometrica della Toscana edita nel 1829, “Antologia”, XLII (1835), pp. 69-88;
Elementi di geografia, Firenze, Calasanziana, 1832, 2 voll.;
Atlante terrestre per gli Elementi di geografia, Firenze, Bardi, 1833.
Riferimenti bibliografici e archivistici
Rombai, 1989; Barsanti, a cura di, 1992; Monaco, DBI, ad vocem; Repetti, 1833, Avvertimento, p. XII; AOXF, Carte Giovanni Inghirami (da numerare), e Carta della Toscana, vari volumi e buste; OXF; ASF, Segreteria di Gabinetto Appendice; ASF, Soprintendenza alla Conservazione del Catasto poi Direzione Generale delle Acque e Strade.
Leonardo Rombai